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Gli accordi commerciali europei per le materie prime lattiero-casearie – 10 domande a Jukka Likitalo, Segretario generale di Eucolait

Esploriamo gli accordi commerciali europei del lattiero-caseario con Jukka Likitalo, Segretario generale di Eucolait, in questa intervista.

Megan Hidden
Megan HiddenCoordinatrice marketing
Pubblicato 5 dicembre 2023 · Aggiornato 12 novembre 202411 min di lettura

Seguiteci in una conversazione schietta con Jukka Likitalo, Segretario generale di Eucolait, mentre entriamo nel panorama dinamico degli accordi commerciali europei del lattiero-caseario. In questa intervista sveliamo le complessità e gli effetti concreti di questi accordi, facendo luce sul ruolo essenziale che giocano nel plasmare i mercati lattiero-caseari europei.

Nonostante il nome, gli accordi di libero scambio (FTA) portano spesso con sé sfumature che vanno oltre le dinamiche quotidiane di mercato. Jukka condivide il suo punto di vista, sottolineando gli effetti duraturi che questi accordi possono avere una volta conclusi.

1. Che cos’è Eucolait e quali vantaggi porta ai suoi interlocutori?

Per chi non conoscesse Eucolait: è un’organizzazione che rappresenta gli interessi delle imprese europee attive nel commercio di prodotti lattiero-caseari. Eucolait funge da piattaforma di collaborazione e di comunicazione fra i suoi membri, che si occupano di vari aspetti del commercio lattiero-caseario, fra cui importazione, esportazione e distribuzione.

Gli obiettivi principali di Eucolait sono: 1) rappresentare gli interessi dei propri membri nel dialogo con le istituzioni europee e con gli altri interlocutori, per influenzare le politiche legate al commercio lattiero-caseario, 2) offrire ai membri una piattaforma per scambiarsi informazioni, condividere analisi e costruire reti di contatti nel settore lattiero-caseario, 3) migliorare l’accesso al mercato per i prodotti lattiero-caseari europei, sia sul mercato interno sia su quelli internazionali, 4) monitorare gli sviluppi normativi che incidono sul commercio lattiero-caseario e intervenire su di essi.

2. Che forma assumono gli accordi di libero scambio nel settore lattiero-caseario?

Nel contesto di questi accordi, le concessioni di accesso al mercato per il lattiero-caseario si traducono in genere in due modi, che a volte possono combinarsi:

  1. la riduzione graduale o l’eliminazione dei dazi;
  2. l’applicazione di contingenti tariffari.

L’impatto degli FTA è più marcato quando riguardano Paesi in cui il settore lattiero-caseario gode di una protezione tariffaria sostanziale.

L’Unione europea (UE), per esempio, è il caso emblematico. Esportare verso l’Europa è quasi impossibile senza un accordo preferenziale. Al contrario, gli accordi di libero scambio con Paesi come Singapore o il Vietnam hanno avuto un impatto limitato sul settore lattiero-caseario, perché quei Paesi applicavano già dazi bassi o nulli prima degli accordi.

3. Quali sono i primi 10 Paesi verso cui esporta l’Europa?

La figura qui sotto evidenzia le prime 10 destinazioni di esportazione per l’Europa, ossia: Algeria, Cina, Stati Uniti, Arabia Saudita, Giappone, Egitto, Svizzera, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti e Marocco.

I primi 10 Paesi verso cui Europe 28 esporta equivalente latte, in MT

Figura 1: i primi 10 Paesi verso cui Europe 28 esporta equivalente latte, in MT

Per esempio, il Giappone è quinto e la Corea del Sud ottava fra questi Paesi principali. Pur esistendo accordi con alcuni di questi Paesi, come l’Algeria, la presenza di un FTA può non essere ampiamente nota, soprattutto in casi come quello dell’Algeria, dove l’intesa risale ai primi anni 2000.

È da notare che diversi Paesi del Medio Oriente, fra cui Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, insieme a Cina e Stati Uniti, al momento non hanno un FTA con l’Europa.

4. Qual è l’impatto dell’accordo commerciale fra Europe 28 e Corea del Sud sulle esportazioni europee?

Europe 28 ha un accordo commerciale consolidato con la Corea del Sud, esempio di un esito che combina contingenti tariffari e riduzione graduale dei dazi. Questo accordo, in vigore da oltre un decennio, prevedeva contingenti tariffari in esenzione da dazio per volumi ridotti, riducendo al contempo i dazi all’importazione su diverse materie prime. In particolare, il formaggio e il burro sono centrali nel contesto coreano.

La figura che segue illustra una tendenza nettamente in crescita nelle esportazioni dall’Europa verso la Corea, come si vede nella Figura 2. Benché i dati risalgano solo al 2019, è degno di nota che le esportazioni di formaggio verso la Corea del Sud siano aumentate in modo significativo in quel periodo.

Esportazioni di formaggio da Europe 28 verso la Corea del Sud, in MT

Figura 2: esportazioni di formaggio da Europe 28 verso la Corea del Sud, in MT

Anche se parte di questo aumento è attribuibile alla domanda in crescita in Corea del Sud, l’FTA ha giocato un ruolo rilevante. Il volume di tonnellate metriche scambiate in esenzione da dazio varia in base alle specificità di ogni negoziato e accordo. Nel caso della Corea del Sud i dazi vengono ridotti gradualmente nell’arco di 15 anni. Nei prossimi anni ci si attende un accesso completamente esente da dazio per prodotti come il formaggio.

Oggi esiste un piccolo contingente esente da dazio; oltre quel contingente i dazi sono stati ridotti progressivamente e sono già relativamente bassi a questo punto. Questo approccio sfumato alla riduzione dei dazi contribuisce alla traiettoria positiva delle esportazioni europee verso la Corea del Sud.

5. Come ha inciso l’accordo commerciale con il Canada sulle esportazioni lattiero-casearie europee, considerando che il mercato canadese è storicamente protetto?

Un accordo relativamente recente, che risale al 2017, riguarda una notevole collaborazione commerciale fra Europa e Canada. Questo accordo ha un peso particolare perché il Canada è considerato uno dei mercati lattiero-caseari più fortemente protetti al mondo.

Negli ultimi 5-6 anni le esportazioni europee di formaggio verso il Canada sono all’incirca raddoppiate, passando da 14.000 a 26.000 tonnellate. Nonostante la crescita, è fondamentale notare la portata limitata delle concessioni di accesso al mercato da parte del Canada. L’accordo prevede un contingente in aumento graduale nel corso di un periodo di introduzione, dopo il quale non sono previste ulteriori concessioni di accesso al mercato.

Benché nel caso del Canada le condizioni siano piuttosto limitate, l’impatto sulle esportazioni lattiero-casearie europee è evidente e offre un’opportunità preziosa, seppure contenuta, all’interno del mercato lattiero-caseario protetto canadese.

6. Qual è l’impatto potenziale dei futuri accordi di libero scambio nel Sud-est asiatico, visto l’attuale quadro commerciale?

L’efficacia di un nuovo FTA è spesso massima quando viene applicato a un Paese con un contesto commerciale fortemente protetto. Dall’elenco degli FTA dell’UE mancano però diversi mercati del Sud-est asiatico, come l’Indonesia e le Filippine, con cui i negoziati sono in corso.

In queste aree i potenziali FTA, se conclusi con successo, potrebbero portare benefici limitati sul fronte dei dazi. Questo limite nasce dal fatto che i dazi applicati da quei Paesi sono già relativamente bassi.

Ciò nonostante, stabilire accordi è utile non solo per la riduzione dei dazi, ma anche per affrontare varie altre barriere commerciali, comprese quelle tecniche e sanitarie. Benché l’impatto diretto sui dazi possa essere limitato, le implicazioni più ampie degli FTA nel Sud-est asiatico possono contribuire a superare sfide commerciali diverse e a favorire rapporti commerciali più fluidi in futuro.

7. Qual è lo stato attuale dell’accordo di libero scambio fra Europa e Nuova Zelanda e quale impatto potenziale porta con sé?

L’FTA fra Europa e Nuova Zelanda è un caso particolare di accordo commerciale che va nella direzione opposta, cioè favorisce l’ingresso in Europa. Alla settimana 48 l’Europa ha completato con successo il processo di ratifica e approvato l’FTA, mentre l’approvazione della Nuova Zelanda è ancora in sospeso. Si prevede che l’accordo possa entrare in vigore nel corso della primavera.

La strada per arrivare a un FTA è lunga e richiede un minimo di due o tre anni di negoziati. Dopo il negoziato, l’Europa attraversa un processo noto come revisione giuridica, che comprende la traduzione nelle lingue ufficiali, e la ratifica da parte del Parlamento europeo. L’intero percorso, dall’avvio dei negoziati all’entrata in vigore, dura in genere almeno cinque anni.

Benché l’impatto dell’accordo con la Nuova Zelanda sia atteso piuttosto limitato, potrebbe portare a un aumento delle importazioni, soprattutto nei periodi di forte divergenza fra i prezzi delle materie prime dell’UE e quelli neozelandesi. Le importazioni saranno però vincolate dai contingenti concordati, in particolare per il latte in polvere: sono contingenti che partono da un volume iniziale ridotto per il latte scremato in polvere e il latte intero in polvere considerati insieme. È da notare che sia i contingenti di burro sia quelli di polveri previsti dall’accordo restano soggetti a dazi, quindi non sono del tutto esenti.

Visti i contingenti relativamente piccoli e i dazi esistenti, permangono sfide significative per l’ingresso sul mercato, considerando la saturazione del mercato UE. Di conseguenza, non si prevede un’impennata sostanziale degli scambi dalla Nuova Zelanda verso l’UE.

Al contrario, un FTA di rilievo fra Nuova Zelanda e Regno Unito, in vigore dallo scorso maggio, ha già visto un aumento dell’attività commerciale, in particolare sul latte scremato in polvere, si veda la Figura 3. Questo accordo prevede l’eliminazione dei dazi nell’arco di tre-cinque anni, garantendo alla Nuova Zelanda un accesso progressivamente libero al mercato britannico. Benché l’impatto completo debba ancora manifestarsi, ci si attende un aumento degli scambi fra Nuova Zelanda e Regno Unito negli anni a venire.

Esportazioni di latte scremato in polvere (uso alimentare) dalla Nuova Zelanda al Regno Unito, in MT

Figura 3: esportazioni di latte scremato in polvere (uso alimentare) dalla Nuova Zelanda al Regno Unito, in MT

8. Come è strutturata oggi la collaborazione fra UE-27 e Regno Unito e quali difficoltà sono emerse dopo la Brexit?

La collaborazione fra UE-27 e Regno Unito funziona al momento abbastanza bene, grazie a un accordo organico di commercio e cooperazione: quell’accordo ha evitato il disastro totale nel contesto della Brexit. L’accordo è arrivato all’ultimo minuto, poco prima della fine del periodo transitorio, scongiurando interruzioni rilevanti.

La natura di questo accordo è però insolita. Di norma gli FTA partono da dazi elevati su entrambi i fronti, con l’obiettivo di ridurli o eliminarli. Nel caso del Regno Unito, data la sua precedente appartenenza all’UE, qualunque esito sarebbe stato meno favorevole dello status quo. Questa dinamica particolare ha reso il negoziato per certi versi all’indietro.

L’impatto di questo accordo è evidente alla fine del 2020, con un calo marcato dei flussi commerciali in tutti i gruppi di materie prime, come illustra la Figura 4. Pur mantenendo scambi esenti da dazio con il Regno Unito, le difficoltà operative dovute alle procedure doganali e ai controlli veterinari hanno reso non praticabili alcune operazioni. Circa il 15% dei flussi commerciali pre-Brexit è andato perso.

Esportazioni di equivalente latte da Europe 27 al Regno Unito, in MT

Figura 4: esportazioni di equivalente latte da Europe 27 al Regno Unito, in MT

Fra gli altri fattori che contribuiscono a queste difficoltà ci sono i requisiti sulle regole di origine e la fine di pratiche come l’uso del Regno Unito come hub: portare prodotti UE-27 nel Regno Unito e rispedirli in Europa non è più una strategia praticabile. Gli sforzi di collaborazione fra UE-27 e Regno Unito hanno attenuato alcune potenziali interruzioni, ma il mutato quadro commerciale ha introdotto nuove complessità e nuovi limiti.

9. Può raccontarci qualcosa sulle discussioni recenti attorno alla certificazione halal come barriera non tariffaria al commercio?

La questione della certificazione halal ha attirato l’attenzione come esempio di barriera non tariffaria al commercio, potenzialmente dannosa quanto i dazi tradizionali o anche di più. L’Algeria, per esempio, ha introdotto una nuova certificazione halal, l’ha poi revocata e in seguito reintrodotta. Questo processo di certificazione attribuisce diritti esclusivi a un’organizzazione di Parigi, la Grande Moschea di Parigi, per certificare le merci di origine europea. La macchinosità e il costo di questo processo sono diventati una complicazione importante per gli esportatori europei.

Nonostante le difficoltà poste dai requisiti di certificazione halal, finora l’impatto sui flussi commerciali non è stato rilevante. È da notare che le esportazioni di latte scremato in polvere da Europe 27 verso l’Algeria sono aumentate in modo significativo nel 2023, come mostra la Figura 5. Benché gli operatori siano riusciti a gestire i requisiti di certificazione, resta un inconveniente notevole e un costo aggiuntivo che verrà probabilmente scaricato sui consumatori algerini.

Esportazioni di latte scremato in polvere (uso alimentare) da Europe 27 verso l’Algeria, in MT

Figura 5: esportazioni di latte scremato in polvere (uso alimentare) da Europe 27 verso l’Algeria, in MT

È essenziale sottolineare la differenza fra l’approccio algerino alla certificazione halal e quelli di Stati Uniti e Nuova Zelanda. In Europa le imprese devono rivolgersi a un unico organismo designato, mentre in altri Paesi come Stati Uniti e Nuova Zelanda le aziende possono scegliere l’ente di certificazione halal che preferiscono, un approccio adottato comunemente in diversi mercati.

Un punto critico: il processo algerino di certificazione halal può sollevare dubbi sulla conformità alle regole del commercio internazionale. Affrontare la questione è però complicato, perché l’Algeria non è membro dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Pur non facendo parte dell’OMC, l’Algeria ha comunque un accordo con l’UE, il che aggiunge complessità al tema del rispetto degli standard commerciali internazionali.

10. Qual è l’effetto dell’FTA con la Corea del Sud sulle polveri proteiche?

L’FTA fra Europa e Corea del Sud ha inciso in modo notevole sulle esportazioni europee, in particolare su formaggio e burro. È degno di nota il forte aumento delle esportazioni di concentrato di proteine del latte (MPC 85) verso la Corea del Sud. Nonostante un calo del 3,13% da inizio anno registrato a settembre 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022, le esportazioni di MPC 85 sono più che raddoppiate rispetto al 2019, come illustra la Figura 6. Questo forte aumento è attribuibile all’FTA, che ha eliminato i dazi per la linea di prodotto interessata, trainando questa tendenza positiva.

Esportazioni di MPC 85 da Europe 28 verso la Corea del Sud, in MT

Figura 6: esportazioni di MPC 85 da Europe 28 verso la Corea del Sud, in MT