I prezzi del cumino sono saliti di circa il 20% nelle ultime due settimane, e il motivo ha meno a che fare con l’offerta indiana che con quanto è successo alla sua consueta alternativa a buon mercato.
Il breve ma acuto conflitto che quest’anno ha contrapposto Iran, Israele e Stati Uniti ha perturbato per mesi le spedizioni in uscita dal Golfo. A ottobre il cumino di Iran, Siria e Turchia, origini che storicamente vendevano sotto i prezzi indiani, costava ai compratori più del cumino indiano, secondo fonti di mercato. Questo ha ribaltato una dinamica competitiva di lunga data e ha attirato nuovi acquisti direttamente in Gujarat e Rajasthan, compresa una rinnovata domanda cinese dopo mesi di assenza quasi totale.
Anche l’offerta indiana si sta restringendo per ragioni proprie. La produzione di quest’annata è stimata intorno alle 490.000 tonnellate, in calo da circa 539.000 un anno prima: è la seconda stagione consecutiva di produzione in contrazione, dopo che la superficie seminata è scesa a circa 400.000 ettari contro i 470.000 normali. Gli arrivi a Unjha e negli altri mandi principali sono scarsi, con gli agricoltori che trattengono le scorte. Gli sviluppi successivi dipendono in gran parte dalle piogge attorno alla finestra di semina rabi tra ottobre e novembre.
Si è mosso anche il resto del comparto delle spezie. La curcuma ha guadagnato oltre il 15%, per lo più nell’ultima settimana, con arrivi in calo e stoccatori che trattenevano deliberatamente la merce. Il cardamomo piccolo si è di nuovo rafforzato con decisione dopo che le scarse piogge all’avvio della stagione di raccolta a Idukki hanno ridotto i volumi raccolti, secondo le stime, tra il 25% e il 30%. Il coriandolo ha girato al rialzo sugli acquisti degli stoccatori. Il peperoncino rosso non si è mosso affatto.
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